DOTT.ANTONIO SANTORO

L'ira oltre le mura.

La lettura di alcuni passi dal dialogo De Ira del filosofo Seneca, può costituire un interessante spunto di riflessione per il lettore moderno su una pulsione che da sempre ha attanagliato l’uomo.

Per il filosofo stoico l’ira è la più turpe delle passioni e in quanto tale, va sradicata del tutto dall’animo umano. Questo sentimento, “del tutto indegno dell’uomo”, si nutre di “dolore, di armi, di sangue, di torture”, una sorta di “follia” (insania) di breve durata, “chiusa ai consigli della ragione, sconvolta da motivi futili, incapace di distinguere la giustizia e la verità, in tutto simile alle frane che si infrangono su ciò che travolgono”[1]. Anche nell’aspetto le persone adirate hanno gli stessi lineamenti alterati e deformi propri di chi è colto da insania: “gli occhi sono ardenti e accesi, in tutto il volto si diffonde un intenso rossore poiché il sangue ribolle dal profondo del cuore, le labbra tremano, i denti si serrano, i capelli si levano dritti sul capo, il respiro è faticoso e rumoroso [….], l’aspetto sconcio a vedersi [….], è difficile dire se sia un difetto più detestabile o brutto”[2].

L’ira si origina dunque per il filosofo dalla brama di vendicare un’offesa o (come dice Posidonio da cui lo stesso Seneca trae spesso ispirazione) “la brama di punire colui da cui ti ritieni ingiustamente offeso”[3].

Come difendersi da questo acerrimo nemico?

Per Seneca è fondamentale riconoscerne subito i sintomi, opponendoci al suo esordio, impegnandoci da subito a non cadere in suo possesso: l’ira è come l’esercito dei nemici che va battuto fuori dalle mura, perché una volta entrato in città, acquisisce interamente il comando[4].

Il carattere pervasivo dell’ira sull’essere umano e l’impossibilità da parte della ragione di fissarne i limiti una volta che essa si sia impossessata del nostro essere è frequentemente sottolineato da Seneca: se l’ira “comincia a portarci fuori strada, è difficile il ritorno alla salvezza, in quanto la ragione non ha voce una volta che la passione è entrata in noi e la nostra volontà le ha riconosciuto qualche diritto: essa farà per il resto tutto ciò che vorrà e non ciò che le permetterai”[5].

Per porre “fine” al dominio dell’ira è quindi fondamentale fissare i confini (fines) fra mondo interiore ed esteriore, opponendo alle prime avvisaglie di malessere i contorni dell’”imperturbabilità”:

“Rinunciamo a questo malanno, liberiamoci la mente ed estirpiamo dalle radici quei princìpi che, per quanto esigui, dovunque faranno presa attecchiranno, e non limitiamoci ad estirpare l’ira, ma cacciamola completamente da noi, poiché di un male non può esserci la giusta misura. E ci riusciremo, purché ci sforziamo”[6].

A differenza di Aristotele che attribuisce un valore positivo all’ira laddove non superi la giusta misura e non sottometta la ragione, Seneca ha una visione più radicale, sostenendo l’importanza di non concedere alcun cedimento all’ira, poiché “di un male non può esserci la giusta misura”.

Come deterrente all’ira Seneca suggerisce la cognizione della brevità della nostra esistenza:

“Nulla giova di più del pensare alla nostra condizione di mortali. Ciascuno dica a se stesso e al prossimo: a che serve dichiarare un rapporto d’ira e sciupare una vita assai breve, quasi fossimo nati per campare in eterno?”[7]

Il consiglio è quello di sostituire alla brama di tormentare il nostro presunto nemico la ricerca di godere più intensamente della vita, concedendoci “dignitosi piaceri”:

“Che gusto c’è a dedicare i giorni, che potremmo spendere in un dignitoso piacere, al dolore e al tormento di qualcuno? Codesti sono beni che non dovrebbero subire danno e non è consentito sciupare il tempo”[8].

Altro importante suggerimento per sfuggire all’ira è ricordarci della fragilità della condizione umana che in un modo o nell’altro porrà fine alle nostre inutili vendette, allorché un “malanno ci impedirà di sostenere queste inimicizie che conduciamo con animo implacabile”[9].

Il monito è quello di “fare tesoro della nostra breve vita”[10] e di renderla serena a noi stessi e agli altri, facendo appello al nostro senso di umanità e alla forza d’animo che contraddistingue chi è capace di non cedere alle provocazioni.

“Ben presto esaleremo quest’anima. Intanto, finché respiriamo e siamo fra gli uomini, mostriamoci umani e non rechiamo paura o pericolo a chicchessia. Disprezziamo i danni, le offese, gli insulti, le provocazioni, e sopportiamo con animo grande le contrarietà di breve durata: nel tempo che ci voltiamo indietro e ci rivoltiamo, come dicono, si compirà il nostro destino di mortali”[11].

[1] Seneca, De Ira I,1, 1-2

[2] Ibidem I,1,4

[3] I,2, 3

[4] I,8,1

[5] I,8, 2

[6] III, 42,1

[7] III, 42, 2

[8] III, 42, 2

[9] III, 42, 3

[10] III,43,1

[11] III, 43, 5. Traduzione di Costantino Ricci (C. Ricci, Seneca. L’Ira, Milano 1998)