Già durante la prima visita neuropsichiatria il sottoscritto si avvale di competenze psicoterapiche secondo un approccio metodologico integrato
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Approccio metodologico
Per poter condurre a meglio una prima consultazione è necessario saper attingere da competenze che rigurdano non solo il paziente nella sua soggettività, quali il metodo sistemico familiare, le teorie sulle dinamiche di gruppo consentono di poter costruire un setting il più efficace possibile, anche nel momento della prima consultazione, dove bisogna far esprimere e se possibile interagire più componenti, a partire da genitori e figli.
In particolare con pazienti difficili, quali i portatori di disturbi di personalità, l’approccio metodologico integrato di tipo psicodinamico e cognitivo comportamentale permette di bilanciare sullo specifico caso il livello d’indagine; personalmente mi avvalgo di esperienze ad orientamento Trans culturale, di Cognitive Behavior Therapy, co particolare riferimento agli insegnamenti teorici di Bion, Kline, Kaes, Linehan, Fonagy.


L’esperienza psicoterapeutica si caratterizza per essere al tempo stesso uno straordinario strumento di potenziamento e cambiamento, dall’altra deve fare i conti con la necessità di depotenziare i massicci meccanismi di difesa che ciascun individuo anche inconsapevolmente attiva durante il percorso o ancor prima di esso, con il verificarsi di frequenti rifiuti o interruzioni precoci. Al riguardo il possedere una formazione ampia che integri diversi approcci teorici e metodologici, consente di poter costruire un setting il più efficace possibile: tra i tipi di setting annovero particolare esperienza nella psicoterapia familiare, di gruppo e multiculturale; setting specifici per pazienti difficili, quali i disturbi di personalità; l’approccio metodologico integrato di tipo psicodinamico e cognitivo comportamentale si estrinseca attraverso tecniche specifiche: Photolangage, Trans culturale, Cognitive Behavior Therapy, sulla base degli insegnamenti teorici di Bion, Kaes, Linehan.

Centrale dunque risulta prima di tutto analizzare i contesti in cui i sintomi si esprimono maggiormente per estrapolare i significati funzionali, i cosiddetti benefici secondari al sintomo. Il termine sintomo (dal greco: evenienza, circostanza; a sua volta derivato da τω< cadere con, cadere assieme) indica un’alterazione, riferita dal paziente, con delle implicazioni inerenti al contesto.
Questo shift (dall’individuo su cui si esprime il sintomo ad uno o più familiari, spesso i genitori) nella ‘consapevolezza di malattia’ o in modo più sfumato di ‘bisogno di aiuto’, determina un cambio di direzione nelle attenzioni che il clinico rivolge.Fondamentale ritengo infatti il volgersi verso; il clinico non è un esperto verso cui il paziente si volge. Certo un primo approccio del paziente o di un suo familare, tutore, è il presupposto indispensabile; ma il primo compito del clinico (dal Greco klino, mi piego verso) è quello di volgersi, avvicinarsi, chinarsi verso il pazienteQuesto gesto del chinarsi nella mia esperienza si esprime nell’estrema attenzione riposta durante l’ascolto plurimo dei componenti della famiglia. Spesso infatti la soluzione del problema risiede proprio nel ‘dare voce’ ai diversi ‘attori’ della scena clinica, per cui non mi limito mai nelle mie consultazioni ad un ‘esame diretto del malato’ ma piuttosto tendo a favorire l’espressione di coloro che per loro natura tendono ad essere silenti o soverchiati da altri magari più capaci di manifestarsi, di farsi sentire. Questo concetto dell’efficacia comunicativa è di fondamentale importanza oltre che nell’ottica sistemica di raccolta delle informazioni anamnestiche, anche nella lettura di alcuni sintomi, spesso con significato comunicativo elevato, volti evidentemente ad esprimere vissuti emotivi che non è possibile manifestare verbalmente e in forme più evolute e consapevoli.Molto spesso dunque la consultazione verte su una raccolta di informazioni, di vissuti esperenziali soggettivi che messi assieme gli uni con gli altri, confrontati e riconosciuti ciascuno per il proprio sentire, assumono un significato più ampio e condiviso, comune appunto. Il proprio pensiero attraverso questa essenziale ‘funzione comunicativa’ dello specialista si integra con il pensiero ed i sentimenti vissuti dal resto dei familiari. Ed è così che la fase di consultazione iniziale, nella sua funzione di ricerca di vissuti, di decodifica dei significati dei comportamenti problematici, di riassetto dei pensieri delle parti in gioco (spesso fino ad allora condensati in informi oggetti per contundere in conflitti dialogici), di per sé già rappresenta una fase fondamentale e spesso risolutiva delle problematiche oggetto di cura.
